venerdì 10 ottobre 2014

"Le cinque chiavi" e il cuore a mille


Appena è uscito il libro Le Cinque Chiavi di Massimiliano Conteddu, in arte @istintomaximo, ho riflettuto per circa un secondo e mezzo e, appena terminato, non ho avuto alcun dubbio sul decidere di comprarne una copia.


In realtà devo ammettere che ho provato a comprarne ben 10, ma il sistema Amazon me l'ha impedito.
Era mia intenzione non essere egoista nel leggerlo soltanto io, ma avrei voluto regalarlo alle mie persone care per condividere queste emozioni con loro e per fargli capire il grave errore che ingenuamente commettono nel non conoscere, almeno artisticamente, Massimiliano.
Ma avrò modo di rifarmi, Amazon permettendo.

La motivazione di tutto ciò? E' molto semplice: questo ragazzo è un vero fenomeno.
L'ho sempre seguito su Twitter dal primo tweet che, casualmente, ho incrociato nella mia time line.
Anche la mia elevata simpatia per Twitter deve molto a @istintomaximo: senza di lui, probabilmente, non sarebbe stato lo stesso.

Da allora non l'ho più mollato e, nell'assistere allo spettacolo della sua straordinaria ascesa cinguettina (quando l'ho conosciuto aveva credo circa 500 followers e ora ne ha più di 25.000!), non ho provato un briciolo di sorpresa perché, da accanito sostenitore delle leggi della natura le quali in un modo o nell'altro vanno sempre a premiare i migliori, ho da subito pensato: "questo qui, spacca!".
Ho dovuto aspettare poco affinché le leggi della natura non mi deludessero.

E' stato, è e continuerà ad essere un trionfo strameritato, avvenuto giorno dopo giorno, tweet dopo tweet, senza che dietro vi siano state spinte e camuffi tipicamente italiani da parte di manager, politici, apparizioni telecomandate in tv, lobby editoriali o merdacce simili.

Tutta farina del suo sacco, un sacco stracolmo di talento.
Un talento autentico, gigantesco nella sua semplicità ma, soprattutto, umile.

Quando hai tutte queste aspettative, come le avevo io, rimanere delusi è un nanosecondo.
E invece no, non c'è stato spazio per alcuna delusione, ma solo per la conferma, assolutamente attesa, di tutte le cose che vi ho scritto sopra.

Questo libro è incredibile.
Ti rapisce nel vero senso della parola e non hai nessuna speranza che qualcuno paghi il riscatto per il tuo ritorno a casa.
@istintomaximo fa un dispetto a tutti i cardiologi del mondo, che già immagino nella prima class action di medici contro uno scrittore.
Perché il rischio di un attacco di cuore dovuto a troppe emozioni è reale.
Pagina dopo pagina, non sono riuscito a staccare gli occhi dal mio smartphone nemmeno per un attimo, e non lo avrei fatto neanche se mi avessero preso con la forza dieci bulldozer palestrati.

E' un susseguirsi di un mix fra commozione, immaginazione, eccitazione e sorrisi.
Difficile immaginare un esordio qualitativamente migliore per uno scrittore.

Il viaggio del protagonista Alessio, all'interno di quel castello pieno di stanze qual'è la vita, aperte dalle cinque chiavi più importanti di ognuno di noi, è in realtà il viaggio di un po' tutti.
E' che nessuno sarebbe in grado di raccontarlo meglio di Massimiliano.

Impossibile non rispecchiarsi in almeno una sfaccettatura di ogni chiave narrata nel libro.
Impossibile non fermarsi a leggere, in alcuni casi anche decine di volte, una stessa frase che, da quanto bella, ti tramortisce quanto un gancio sinistro di Rocky al mento.
Impossibile leggerlo e non sognare ad occhi aperti una scena, un'immagine, un paesaggio, un abbraccio, una chiacchierata, un senso di colpa, un bacio, un brivido che tu non abbia già vissuto nella vita, anche se avessi solo 10 anni.
Ti viene voglia di avere in ogni muro di ogni stanza della tua casa un poster con scritti alcun spezzoni del libro, per rileggerli in ogni momento.
I battiti del tuo cuore iniziano ad aumentare e fermarli è un gran casino.

Il passaggio da un tweet di 140 caratteri ad un libro è stato il più bello fra tutti quelli che potevo immaginare.
E spero che sia solo il primo di una lunga serie.

La pubblicazione di questo libro non è infatti il culmine della sua avventura nata su Twitter, ma semplicemente un nuovo inizio, una nuova fase di un percorso di inconsueto fascino che per nessun motivo al mondo deve finire.

@istintomaximo ha dimostrato agli inspiegabilmente ancora scettici, che con le parole si possono fare cose miracolose, che sono esse la forza più grande dell'uomo, la cosa più grande che egli abbia inventato.
Con le parole puoi spostare il mondo senza sforzare alcun muscolo, puoi rendere una persona la più felice del mondo, puoi lasciare ricordi indelebili.
Lui è riuscito a fare tutto questo.

Chiudo con l'unica, vera, grande pecca di questo libro: fate molta attenzione, può creare dipendenza.

E' che io l'ho già perdonato.

Gianni

venerdì 10 gennaio 2014

Inglesismi forzati? Non ci piacciono!


Va bene che l'inglese è la lingua più diffusa del mondo.
Va bene che se giri per il mondo e vuoi farti capire, devi parlare inglese.
Va bene che è la lingua più musicale del pianeta.
Va bene che lo insegnano a scuola fin dalle prime età.

Va bene tutto, ma con questo articolo vogliamo esternare la nostra contrarietà all'abuso spropositato dell'inglese in tutti gli aspetti della nostra quotidianità.
E' impressionante come l'inglese sia entrato in troppe nostre parole, mescolandosi ad esse o molto spesso addirittura sostituendole.

Siamo d'accordo sul fatto che in alcuni casi sia più comodo e consono utilizzare degli inglesismi ormai consolidati nella nostra cultura.
Si pensi ad esempio, la prima cosa che ci viene in mente casualmente, a parole come ok, stop, cd, fan e tantissimi altre.
In questi casi il termine è talmente radicato che è come se parlassimo in italiano.
Ma noi ci riferiamo proprio all'esagerazione ormai dirompente e francamente insopportabile.

Così la musica dal vivo diventa live music.
Una sessione acustica diventa acoustic session.
Una versione acustica di un brano diventa unplugged version.
La maggior parte dei gruppi musicali tendono a chiamarsi con un nome inglese anche se sono italiani.

Basta!
Non se ne può davvero più.

Sei italiano? Chiamati con un nome italiano! 
Sei italiano e abiti in Italia? Parla italiano!

Sembra quasi che storpiare le cose o chiamarle in inglese faccia figo.
A volte sembra che sia una sorta di soggezione, oppure una specie di gelosia.
Ma perché dobbiamo parlare in inglese se siamo italiani e siamo in Italia?
Che senso ha?

Fatevene una ragione: siamo italiani!
Vi può piacere o meno, ma è così.

E' brutto voler essere delle altre cose rispetto a quello che si è.

E infatti, come potete notare, nella nostra foto di presentazione abbiamo voluto scrivere musica dal vivo e sessioni acustiche, rigorosamente in italiano.

Per chiudere, come dicono dalle nostre parti: fabedda tricolore! :)

Gianni

lunedì 16 dicembre 2013

Patamu e la nuova frontiera del Copyright

Creare pezzi propri è una delle parti più belle ed affascinanti della nostra passione, che stiamo condividendo insieme.
Lo facciamo con molta naturalezza e i risultati finora ottenuti ci hanno soddisfatto parecchio, insieme all'apprezzamento ricevuto dal nostro pubblico, che ci dà ancora più entusiasmo per continuare.
Fra cover e un pezzo proprio non c'è dubbio: è molto più gratificante il secondo, ma molto. E riguarda tutta la fase della sua vita: ispirazione (quasi sempre un fatto realmente accaduto), creazione della parte musicale, scrittura del testo, arrangiamento, registrazione ed esibizione.

Una volta che si decide di comporre pezzi propri, la prima domanda da doversi porre è: in che modo tutelare la propria opera?
Il primo consiglio che vogliamo darvi è: occhio a non sottovalutare questa domanda.
Mi è capitato molte volte di sentire degli amici/conoscenti sminuire l'importanza di questo aspetto, facendolo passare come una sorta di passo da fare, si, ma senza fretta.
Primo errore.
Può sembrare inizialmente strano, ma se il pezzo è un buon pezzo e qualche male intenzionato lo ascolta, state pur certi che il rischio di furto esiste, eccome.
E non credo che sia una cosa bella sentire un proprio pezzo, qualche tempo dopo, cantato da altri e trasmesso in qualche radio senza il vostro permesso, ma soprattutto utilizzato a fini di lucro da altre persone.

La prima cosa che viene in mente in questi casi è: mi devo iscrivere alla SIAE.
Secondo errore.


Purtroppo c'è molta reticenza da parte del nostro sistema informativo a diffondere sui mass media un po' di formazione sul diritto d'autore.

Diciamo le cose come stanno: il diritto d'autore in Italia è in mano ad una vera e propria casta, nell'accezione più negativa del termine.
Purtroppo viviamo nel paese delle caste e dei tanti indebiti privilegi in mano a pochi.
Privilegi acquisiti e mai realmente combattuti, per via di un'infinità di conflitti di interesse presenti trasversalmente nel nostro sistema-paese, che poi vanno inevitabilmente a ripercuotersi sulla parte più fragile del paese, ovvero la maggior parte di noi.
Pertanto l'automastismo "scrivo pezzi miei = mi devo iscrivere alla SIAE" è comprensibile che avvenga, per lo meno all'inizio.
Però, navigando su internet, si scopre che in realtà non è affatto così.

Bisogna infatti fare due grandi e nette distinzioni: la protezione della propria opera e l'intermediazione finanziaria per poter da essa trarre profitto (o meglio, ricavo!).

Per protezione della propria opera si intende meramente il fatto che bisogna poter dimostrare, attraverso un sistema riconosciuto dall'ordinamento giuridico (ovvero avente valore legale), che la nostra opera è effettivamente nostra, cioè se siamo stati proprio noi i primi a crearla e quindi a custodirla in una "cassaforte".
In modo che, in caso di appropriazione indebita da parte di un terzo soggetto, si possa essere nelle condizioni di poter dire banalmente: "no caro mio, quest'opera è mia, e ora ti dimostro che l'ho creata prima e che tu, quindi, me l'hai copiata".
Bene, per fare questo non c'è bisogno della SIAE.
Ripeto per i più disattenti: per poter proteggere una propria opera non è necessario registrarsi alla SIAE.

Eh già, vi suona strano ma è così.
E se lo volete provare con mano vi consigliamo la bellissima piattaforma Patamu, che stiamo utilizzando anche noi: un progetto italiano, creato da giovani ragazzi italiani, che offre in modo principalmente gratuito un sistema legalmente valido per poter tutelare le proprie opere, attraverso il protocollo informatico della marcatura temporale. Il sistema rispecchia quello della firma digitale ma è applicato alle opere d'ingegno.
Per tutti i dettagli tecnici rimandiamo alla descrizione del sito nonché alle FAQ, che sciolgono ogni dubbio.
Riteniamo doveroso mettere alla conoscenza di più persone possibili l'esistenza di tale iniziativa, tra l'altro Made in Italy, per poter tutelare le proprie opere senza fare arricchire i soliti noti della SIAE.
Complimenti ai fondatori di Patamu, in bocca al lupo per il proseguo del vostro progetto.
Una cosa è certa: avrete il nostro sostegno!

Diverso è, invece, il discorso di voler guadagnare da quell'opera.
Purtroppo, per questo aspetto vince il vergognoso monopolio della SIAE.
Nel senso che, se un autore vuole utilizzare la propria opera per metterla a reddito, deve per forza iscriversi alla casta delle caste.

Esempio banale: chiunque voglia diffondere della sana musica dal vivo deve pagare la SIAE, compilando la lista delle canzoni da voler eseguire; il compenso che paga alla SIAE, che varia a seconda della tipologia di serata (fasce di numerosità di pubblico, luogo fisico, tipologia di diffusione ecc.), viene poi distribuito in modo molto discutibile fra vari soggetti, compresi ovviamente gli autori.

Ecco, se vogliamo che una delle nostre opere possa essere inserita in tali liste, dette anche borderò, in modo da poter poi ricevere il relativo compenso, bisogna essere registrate obbligatoriamente alla SIAE. 

Ma questo non c'entra nulla con la protezione del brano.

Tra l'altro, cosa fondamentale, se non siete Vasco Rossi o Laura Pausini, è molto difficile che i ricavi che ottenete dalla SIAE, per le compilazioni dei borderò con i vostri brani, coprano i costi di iscrizione e permanenza in SIAE, tra l'altro sempre in aumento.
Non abbiamo in mano delle statistiche ufficiali ma sono sicuro che la maggior parte degli iscritti alla SIAE abbia i costi maggiori dei ricavi, difficilissimo il contrario.

Questo, inoltre, vale non solo nella musica ma in tutte le altre tipologie di opere d'ingegno.

Dunque, perché complicarsi la vita e arricchire i soliti noti?

W Patamu.
W il Copyright 2.0..

E abbasso la SIAE.

:)

Gianni

venerdì 29 novembre 2013

Una sana, inconsapevole... diffidenza

Lo riconosco: sono diffidente per natura.
Non è che non riesca a fidarmi degli altri, è che tale fiducia, quando c'è, non è mai totale, nasconde sempre un non so che, un qualcosa di impercettibile, un'imprecisabile tendenza a rimanere sul chi va là, sul "ok ok, va bene, ma tanto appena ho due minuti ri-verifico tutto".
Mi capita a lavoro, in famiglia, con amici. Vi dirò di più: mi capita anche con me stesso (!).
Forse deriva dal mio essere quello gli psicologi chiamerebbero un iper-razionale.
Trovo questa tipologia di atteggiamenti anche negli animali, si tratta per caso di un istinto primordiale?
La chiamo anche Sindrome di San Tommaso.
Insomma, sono un pallosissimo (in)credulone.

Non mi interessa soffermarmi sul fatto se tale diffidenza sia una cosa positiva o negativa, un pregio o un difetto. Non ne vado fiero ne me ne vergogno e non me ne preoccupo.
Però c'è, è lì, la sento, fa parte di me.

Ma, in realtà, ciò che ho scritto finora non è del tutto vero. Ed è qui che interviene la parte incoerente di me.
Ora, la domanda è: ma come la mettiamo con le infinite sfacettature della vita che non sono oggettivamente certificabili, forse non lo saranno mai, e sulle quali in nessuno modo potrei essere sicuro della loro esistenza o validità, così come della loro inestistenza o nullità?
La risposta più ovvia sarebbe: non le considero neanche. In questo blog, però, di ovvio non leggerete niente quindi rassegnatevi.
Temi religiosi, mistici, scaramanzia, mondo paranormale.
Aspetti che nessuna equazione, nessun paper, nessun Premio Nobel potranno mai dimostrare.
Voi mi direte: uno come te dovrebbe non crederci a prescindere.
E invece no: non li boicotto, tutt'altro, mi affascinano, li osservo con interesse e curiosità.
D'altronde, se come scrisse Jung anche "la ragione deve ammettere la propria incompetenza", allora in alcuni casi non resta che alzare le mani, arrendersi e lasciarsi andare. Anche per i San Tommaso come me.

Ma per i fatti tangibili, oggettivamente valutabili, concreti, definiti ma non per questo definitivi, rimane la mia generale diffidenza.
Una diffidenza sana, inconsapevole, come la libidine salva giovani di Zucchero.

Gianni

lunedì 18 novembre 2013

Sempre con quel cellulare in mano...

Faccio parte delle generazioni 2.0, Social Network, digitali. Chiamatela come volete, ma ne faccio parte.
Ne faccio parte perché sono super-arci-convinto che questa non sia una moda passeggera, ma sia un cambiamento reale del mondo che è già in atto, cambiamento in meglio, ovviamente intendo.
Rimando ad altra sede la spiegazione del perché, in concreto, penso che questi strumenti stiano stravolgendo in meglio il mondo e torno con un carpiato con due avvitamenti al tema di questo articolo:
"Sempre con quel cellulare in mano... e basta!".

Non so voi, ma mi sono sentito fare questa osservazione un sacco di volte, troppe.
Non ho mai sopportato i pregiudizi sugli Smartphone, derivanti prevalentemente dalla non conoscenza dello strumento.
I pregiudizi, in un modo o nell'altro, portano sempre e comunque sulla cattiva strada.
La generazione dei nostri padri-zii-nonni soffre di una rara forma di misoneismo: hanno tremendamente paura del nuovo.
E' una malattia ed è molto difficile da curare.
Purtroppo l'associazione che spesso ingenuamente viene fatta è la seguente: stai smanettando con il "cellulare" = stai telefonando/messaggiando.
Insomma, un modo neanche troppo gentile per dirti: basta cazzeggiare!

Iniziamo, per prima cosa, a fare una scissione netta e categorica: non mi puoi dire "sempre con quel cellulare in mano..." se invece io in mano ho uno Smartphone.
Dunque, la prima risposta da dare a tali sprovvedute persone è la seguente: "non è un cellulare!".
Diabolica genialità di Steve Jobs a parte, lo Smartphone è un oggetto miracoloso, è riuscito a soddisfare dei bisogni che non solo prima di allora sono sempre stati insoddisfatti, ma addirittura neanche si sapeva di avere.
Essere riusciti a racchiudere in un oggetto minuscolo e leggerissimo l'infinita potenza di Internet di cui il mondo è stato inondato, e dei suoi interminabili strumenti derivati, equivale a dieci rivoluzioni industriali messe insieme.

Ma, allora, di quale cellulare stiamo parlando?
La cosa raggiunge livelli di assurdità che sfiora la comicità quando chi ti rimprovera, ad esempio, lo fa mentre sfoglia un giornale.
Ma come? E io, secondo te, cosa sto facendo?
Non solo leggo il giornale con il mio Smartphone, ma lo pago, lo archivio, lo sottolineo e ne condivido le parti più interessanti con i miei amici.
Il tutto in maniera del tutto legale, senza inquinare l'ambiente o disboscare foreste. 
Qualcos'altro da aggiungere?

La cosa evidentemente non cambia se anziché sfogliare il giornale, l'indivuo sta guardando la TV, leggendo un libro, ascoltando la radio, acquistando scarpe, cercando una ricetta, studiando ecc. ecc..
Siate aperti ai cambiamenti, non abbiate pregiudizi sulle novità, soprattutto se come in questo caso portano ad un miglioramento collettivo.

E W gli Smartphone :)

Gianni

venerdì 15 novembre 2013

Scelgo la musica

La vita è davvero qualcosa di incredibile e vale la pena viverla fino in fondo, giorno dopo giorno.
Senza pretese, senza progetti, senza obiettivi.
Dico sul serio.
Vale la pena viverla senza legami con il passato e neanche con il futuro.
Tutto questo ti distrae dalla cosa più importante: l'oggi, l'adesso.
Una volta che l'hai capito, tutto il resto vien da sé, è una conseguenza dell'oggi.
Solo lasciando scorrere quel fiume che è la vita realizzeremo davvero la nostra natura, la nostra essenza più autentica, senza condizionamenti.
La nostra anima ci guiderà solo se la lasceremo fare da sola.
Ogni progetto, ogni obiettivo categorico, creano dei massi, dei tronchi di albero, degli accumuli di sabbia che impediscono a quel fiume di scorrere liberamente.
Solo rimuovendo queste barriere realizzi la tua profondità e la tanto ricercata felicità, così bella da non trovare definizione né leggi scritte che la rappresentino.

Proprio in questo modo mi sono avvinato alla musica, quando ero bambino.
Ed è proprio in questo modo che dalla musica sono tornato, dopo essermene allontanato.

Mi ero allontanato dalla musica perché avevo su di essa obiettivi, aspettative, pretese, più o meno consapevoli. In questo modo ho allontanato, da me stesso, una parte di me.
Sembravano motivazioni, in realtà erano solo disattenzioni travestite da attenzioni, intralci travestiti da opportunità, che hanno creato tensioni e perdita di energia, distaccamento dalle cose vere.
Solo quando ho messo da parte tutte queste distrazioni, la musica è tornata a farmi visita e l'ho potuta riabbracciare, il più inaspettatamente possibile, senza progetti, senza obiettivi.

E allora ri-eccomi qui, privo di particolari esigenze, ma solo con una grande spensieratezza che mi aiuta a stare meglio con la musica e con me stesso nella musica.

Scelgo la musica ma in realtà non sono io a sceglierla ne lei a scegliere me, semplicemente con i Nadim Duo ritorno ad essere più vicino a me stesso e alle mie più naturali attitudini, quelle che ti fanno stare bene anche se non vuoi, anche senza accorgertene.

Con questo articolo inauguro il nostro blog e... bentornato :)

Gianni